Buongiorno a tutte e tutti. Un grazie al Presidente A.N.P.I. di Pont Canavese Dante Barinotto che mi ha lasciato l'incarico di portare la voce dell'Associazione Partigiani alla celebrazione del 79 anniversario della Liberazione e della fine della guerra. Doverosamente inizio con i saluti. Al vice presidente dell’ANPI pontese Marino Pilatone e a tutte le iscritte e gli iscritti all’ANPI pontese. E a quelli che si iscriveranno. A tutte le autorità presenti, civili, religiose e militari, a tutte le donne e gli uomini della macchina Comunale, della Polizia Municipale, delle scuole e dei luoghi della cultura, alle Associazioni Pontesi. Ai gruppi Alpini e Fanti per i loro interventi di pace, e agli Alpini anche per l’offerta del rinfresco!, al Coro Gran Paradiso e alla Filarmonica Aldo Cortese, agli studenti, alla Croce Rossa, ai Donatori, alla Protezione Civile e a tutti coloro di cui mi sarò scordato. Un grazie alla infaticabile SOMS di Pont. E infine un grazie particolare al Commissario Prefettizio dott. Cosseddu e alla sua collega dott.sa Ballan per la continua disponibilità al colloquio e alla realizzazione di progetti nel corso della loro permanenza nel nostro comune, con i migliori auguri per il loro futuro. E qui colgo l’occasione per invitarli formalmente alla conclusione dell’iter intrapreso insieme dal Comitato per Natalina con donne e uomini di SOMS, ANPI e Associazione Culturale Tellanda per la posa di una pietra d’inciampo per l’unica donna pontese deportata, Natalina Monteu Saulat.
L’ANPI è riconosciuta come Associazione combattente. Lo è stata per liberare l’Italia dal nazifascismo affinché successivamente non ci fossero più guerre. Ma è un Ente Morale del Terzo Settore a cui non è propria alcuna retorica militaresca che anzi stigmatizza alzando la propria voce per il cessare i fuochi di ogni guerra, per la pace e per la piena applicazione del tradito articolo 11 della Costituzione che ripudia la guerra. Denunciando la follia di atti e dichiarazioni che parlano e preparano eventualità di partecipazioni dirette a nuove guerre con una leggerezza di incoscienza assoluta. L’appello dello scienziato Carlo Rovelli è il nostro: “Fermatevi, pazzi! State trascinando l'Europa in una guerra enorme, in una catastrofe colossale!” Intanto l’Italia dei ricchi inneggia alle sue grandi aziende produttrici di armi e aumenta le spese militari. All’ANPI non è consono mettersi sull’attenti, semmai laicamente ci inginocchiamo di fronte a tutte le vittime civili, di ogni parte, di ogni guerra. E qui è doveroso un ringraziamento a papa Francesco che, pur dovendo tenere a bada quel covo di diversamente infidi, non cessa quotidianamente di indicarci l’unica via: arrendersi alla pace. Qual è allora il compito di chi, come l’ANPI, riconosce la degenerazione apparentemente senza fine del pensiero e del fare che ogni giorno ci presenta la convivenza sociale?
Certamente è il compito di curare la memoria di chi ha combattuto per ridare pace e libertà al nostro paese, le donne e gli uomini partigiani, quelli che sono caduti e noi, qui, oggi, in particolare quelli pontesi. Anche se noi oggi, pur essendo qui, siamo anche a Milano. Ma, nel contesto in cui ci troviamo, basta far sventolare la bandiera a un corteo celebrativo per onorare la memoria? Certamente no e come ANPI di Pont cerchiamo di fare anche altro.
Come abbiamo fatto con la serata del 26 gennaio in adesione alla ricorrenza civile internazionale a ricordo delle vittime dell’olocausto, festività presente nella normativa italiana con la Legge 211 del 2.000, istituente il “Giorno della Memoria”. Che ricomprende, in senso universalistico la memoria dei 15 milioni, 15 milioni! di vittime e la condanna delle persecuzioni subite da interi popoli come da chiunque non aderisse all’ideologia nazifascista. Legge che si è scordata il sacrificio dei popoli romanì ma con menzione integrata a favore dei “giusti” che si adoperarono in aiuto dei perseguitati.
Come abbiamo fatto con l’allestimento di questo piccolo blog che mette a disposizione di tutte e di tutti i documenti storici che erano in possesso della sezione ANPI di Pont. Blog che inaugureremo oggi pomeriggio alle sedici presso la SOMS, che ringraziamo per l’ospitalità, e alla quale siete invitati.
Ma lo stesso statuto dell’ANPI, indicando il “fine di impedire il ritorno a qualsiasi forma di tirannia e di repressione” e di tutelare “il nome partigiano contro ogni forma di vilipendio e di speculazione”, chiamando all’agire indica che da sola la memoria non basta. E allora, di fronte allo scempio della legalità, al travisamento della storia, al silenzio di troppi pseudointellettuali compiacenti, occorre vigilare e reagire. Occorre denunciare che sempre meno viene rispettato il dettato dell’art. 2 della legge del “Giorno della Memoria”, che impone, in particolare alle scuole, momenti dedicati allo studio di come storicamente si è giunti al grande sterminio. E qui inserisco la nota non casuale che le stesse nostre scuole ricordano nel nome un grande antifascista nativo di Pont, il filosofo Piero Martinetti, uomo poco ricordato poiché senza padroni.
Occorre evitare che un’altra solennità civile nazionale, il “Giorno del ricordo”, celebrata a fronte della legge 92 del 2004 che ricorda le vittime dell’ultimo periodo delle foibe e l’esodo giuliano, legge che rispettiamo e celebriamo ma che rifiutiamo venga destoricizzata e strumentalizzata nel tentativo di offuscare la memoria delle responsabilità del fascismo italiano che, violentemente invasore nel 1941 al di là dei confini orientali con italianizzazione forzata ed eccidi ripetuti di partigiani e civili, ne scaturì l’humus sfociante in quegli ultimi tragici fatti. Secondo il Centro Simon Wiesenthal nel solo campo di concentramento fascista dell’isola di Arbe passarono 15.000 prigionieri dei quali 4.000 morirono; soltanto nell’inverno del 1942-1943 morirono 1.500 persone a causa della denutrizione, del freddo, delle epidemie e dei maltrattamenti. Dal 9 settembre ‘43 circa ventimila italiani quasi tutti ex-militari, inclusi alcuni canavesani, riscattarono il loro onore combattendo come partigiani con i partigiani jugoslavi contro i nazifascisti e quasi la metà di loro furono uccisi.
La storia è un susseguirsi continuo, non può esserne ammessa la strumentalizzazione di un segmento per inneggiare all’ideologia fascista. Che, va opportunamente ricordato, non è un’opinione, ma un crimine, come fece appena in tempo a ricordarci Giacomo Matteotti prima di venire ucciso. Delitto del quale, come ci ricorda Antonio Scurati nel suo discorso censurato che facciamo nostro, “Mussolini fu immediatamente informato” macchiandosi pure “dell'infamia di giurare alla vedova che avrebbe fatto tutto il possibile per riportarle il marito. Mentre giurava, il Duce del fascismo teneva i documenti insanguinati della vittima nel cassetto della sua scrivania”.
Che il fascismo sia un crimine peraltro è scritto nella nostra Costituzione che ne vieta, sotto qualsiasi forma, la ricostituzione partitica. Non possiamo inoltre tacere di come gli studiosi, gli storici più avvertiti e più impegnati nell’esame della storia del secolo scorso siano fatti oggetto di minacce sempre più aggressive, anche mettendo all’indice le loro fotografie su manifesti murali, quasi ad indicarli quali target a nostalgici squilibrati. Per questo, uno per tutti, esprimiamo la nostra più ampia solidarietà a Eric Gobetti.
Certo c’è chi afferma che il fascismo è storicamente datato, che non è pensabile che si possa riproporre. Può darsi che la storia si ripeta solo in farsa, d’accordo.
Ma io chiedo. Come, se non leggi razziali e razziste possiamo chiamare quelle che non riconoscono come italiani le ragazze e i ragazzi nati, cresciuti e scolarizzati in Italia? Come, se non neocoloniali, possiamo intendere le sovvenzioni a paesi afromediterranei onde fungano da torturatori di persone in cerca di una vita degna, per non doverlo fare noi in prima persona o doverli lasciare affogare a pochi metri dalla riva?
Come possiamo chiamare la schiavitù nei luoghi di lavoro, non solo di immigrati nei campi o nell’edilizia, ma di schiere pure di autoctoni nelle grinfie di caporali gerarchi e cooperative? Senza parlare di chi sul lavoro no, non muore, bensì viene ucciso?
Come possiamo chiamare lo smantellamento della sanità pubblica a tutto favore degli oligarchi privati con la conseguenza che le fasce economicamente marginali di popolazione sono costrette a rinunciare a farsi curare?
Come possiamo chiamare le “leggi specialissime” che sgambettano la giustizia, imbavagliano la residua stampa libera, perseguitano gli attivisti che, senza scalfire le opere usate a cassa di risonanza, ci avvertono che la strada che percorriamo porta alla destinazione ecatombe ecologica, come possiamo chiamare i manganelli su chi dissente, magari studenti che esprimono vicinanza a un popolo che da settanta anni e più vive in regime di apartheid e vittima di un vero e proprio sterminio. Quei manganelli che per il Presidente Mattarella “sono un fallimento”?
Non lo si vuole chiamare fascismo? Bene, non è un problema semantico. Chiamiamolo pure Arturo, se preferite.
Ma Arturo è guerrafondaio, patriarcale, oppressivo, repressivo, arrogante, nostalgico, reazionario e razzista. Se ci sono gli anticorpi devono rendersi conto che il limite è stato superato, che è ora di agire, “meditate che questo è stato” ammoniva Primo Levi. E i vaccini nel tempo si inattivano se non aggiornati.
Grazie all’Italia civile, solidale, legalitaria e libera da vincoli di consorterie. In una parola: grazie e viva l’Italia antifascista.
Per ANPI sezione di Pont Canavese
Marino Tarizzo



