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Ex-deportati, testimonianze


  Testimonianza raccontata in data 27 gennaio 2026, giornata della Memoria, alle studentesse e agli studenti dell'Istituto Comprensivo di Pont Canavese.

 

La testimonianza per l'esperienza di

mio nonno Mario (Panier Suffat).

                      

Portare la testimonianza della deportazione subita da mio nonno Mario apre finestre di ricordi di quando ero bambina. A quel tempo percepivo la guerra come qualcosa di lontano: non era altro che un racconto tra gli altri, la risposta alla tipica richiesta di una fanciulla: “Nono, cunta na storia!” (Nonno, raccontami una storia!).

E allora lui narrava qualche episodio che faceva persino sorridere. Come quella volta in cui, prigionieri nella soffitta di una fabbrica di abbigliamento, fecero scendere tra le travi del pavimento un filo con un amo da pesca per "rubare" delle mutande, così da scambiarle con le guardie in cambio di qualcosa da mangiare. Che ridere, rubare le mutande!

Mio nonno raccontava brevi aneddoti, mai nulla di pesante o spaventoso. Solo anni dopo, crescendo, ho iniziato a comprendere cosa si celasse dietro quelle avventure e di cosa parlassero davvero: di paura, di ingiustizie, di dolore.

Il diario e la fame

Mio nonno aveva scritto un diario per custodire la memoria del periodo della sua prigionia. Una cosa apparentemente normale, se non fosse che aveva la scolarizzazione di una seconda elementare. All'epoca non c'era tempo per studiare: si andava a lavorare presto, bisognava rendersi utili. Eppure, in quel diario scritto in un corsivo perfetto, lo si segue prigioniero in Albania, poi in viaggio per l'Europa, fino all'arrivo in Norvegia. Descrive tragitti su treni stipati come bestie o marce forzate di giorni e giorni senza mangiare; chi si arrischiava a raccogliere qualche foglia di cicoria sul ciglio della strada veniva ucciso. Fame e morte.

In quelle pagine non ci sono più le storie per la bambina. In quelle pagine c'è tutto ciò che un essere umano non dovrebbe mai attraversare.

L'insegnamento più grande

Mio nonno si salvò, tra un trasferimento e l'altro, perché sapeva lavorare discretamente il legno e il ferro; sapeva aggiustare le cose. Lo aveva imparato semplicemente guardando gli altri. Questa è una cosa che mi ha sempre ripetuto quando, crescendo, dovevo scegliere quale scuola frequentare o quale mestiere intraprendere: “Impara tutto” diceva, “impara anche se non ti piace, perché non sai mai cosa ti salverà la vita”. In fondo, mi chiedeva solo di valorizzare l'immensa fortuna che avevo: una casa, il cibo, i cari vicini, l'istruzione.

Il messaggio per i giovani

I messaggi che vorrei trasmettere ai giovani oggi non sono tanto le date o i nomi delle battaglie, e nemmeno il resoconto dettagliato della sua prigionia. Vorrei trasmettere la necessità di impegnarsi per contrastare quelle forze che stanno rendendo nuovamente reali il dolore e le paure. Atrocità che dovrebbero restare racchiuse solo dentro i vecchi diari, e non tornare a riempire gli occhi di uomini e bambini, a far tremare il mondo e a seminare odio nelle strade.

Silvia Aimone

 

               Mario Panier Suffat giovane                       Mario Panier Suffat con tre compagni di sorte

  

   

 Testimonianza raccontata in data 27 gennaio 2026, giornata della Memoria, alle studentesse e agli studenti dell'Istituto Comprensivo di Pont Canavese.

 

MIO PADRE, FRANCESCO TRIOLET, "LENTICCHIA"

 

Francesco Triolet (insieme a suo fratello)

Ciao a tutti.

Oggi non sono qui per leggervi la cronaca di una guerra o la biografia di un eroe distante. Sono qui per raccontarvi la storia di un ragazzo di 19 anni che amava queste montagne e che ha dovuto fare scelte difficili per restare fedele a se stesso.

Per tutti era il partigiano "Lenticchia" - un nome di battaglia nato da piccoli segni che aveva sulla pelle - ma per me è stato l'uomo che mi ha insegnato cosa significa la libertà. Questa è la storia di mio padre, Francesco Triolet

Mio padre era un partigiano della 47a Brigata Garibaldi Carlo Monzani, guidata dal comandante Maggi e dal vicecomandante Bianchi. Erano mesi terribili su queste montagne: il freddo, la fame e rastrellamenti continui rendevano ogni giorno la vita una sfida per la sopravvivenza.

Nel 1944, incontrò una contadina che lavorava nei campi e le chiese informazioni sugli uomini che si vedevano salire. La donna gli assicurò che si trattava di compagni e papà le sorrise, la ringraziò e si incamminò sicuro verso di loro. Non poteva immaginare che quella donna lo avesse appena tradito: quegli uomini erano soldati nemici che lo catturarono immediatamente.

Lo misero subito contro un muro, pronti a fucilarlo. Ma un comandante arrivò e bloccò

l'esecuzione: mio padre serviva vivo come merce di scambio.

Mentre lo portavano verso Cuorgnè, i soldati continuavano a colpirlo duramente ai fianchi con il calcio del mitra. Fu poi trasferito alle Carceri Nuove di Torino. Lo interrogarono per giorni cercando di farlo parlare, ma mio papà scelse il silenzio e non tradì mai i suoi compagni.

Per punizione fu caricato su un treno per l'Austria: in quei vagoni piombati viaggiava verso l'orrore dei campi di concentramento.

È lì che papà strinse un'amicizia fraterna con un altro ragazzo di Cuneo. Insieme cercavano di farsi forza. Ed è sempre lì che mio padre fece un gesto incredibile: offrì una sigaretta al comandante delle SS del campo. Un piccolo atto di gentilezza che creò un legame persino tra due nemici.

Una notte, papà e il suo amico tentarono di scappare, ma vennero colti sul fatto proprio da quel comandante. Eppure quell'ufficiale, mentre fumava con calma una sigaretta, scelse di non dare l'allarme. Li avvisò che, se volevano fuggire davvero, dovevano farlo la notte seguente, prima della mezzanotte, perché dopo non avrebbe più potuto aiutarli.

Papà e il suo amico aspettarono con il cuore in gola e la notte successiva riuscirono finalmente a sparire nel buio.

Mentre camminavano stremati verso l'Italia, tentarono un passaggio in autostop. All'improvviso si videro davanti un camion militare tedesco. Non potevano scappare, così, con il cuore in gola, salirono su quel mezzo nemico.

Ma a bordo trovarono dei giovani soldati che li aiutarono. Consigliarono loro i sentieri per evitare i fascisti a Bolzano e camminarono per giorni finché non videro di nuovo il profilo delle nostre Alpi. Una volta in Piemonte, i due amici si divisero: uno verso Cuneo e mio padre verso le sue valli.

Pochi giorni prima del 25 aprile 1945, raggiunse finalmente Pont Canavese. Quando il vicecomandante Bianchi lo vide arrivare, lui che lo credeva morto, scoppiò a piangere dalla commozione. Mio padre era finalmente tornato a casa.

Vi racconto questa storia perché la libertà che avete oggi è passata dai piedi stanchi di mio padre e dal suo coraggio. Ricordate sempre che anche nel buio più profondo, un gesto gentile può salvare una vita.

Pietro Triolet


             

 

  

     

 Testimonianza raccontata in data 27 gennaio 2026, giornata della Memoria, alle studentesse e agli studenti dell'Istituto Comprensivo di Pont Canavese.

 

Il giorno della Memoria, per Francesco Gallo Lassere. 

Ieri 27 gennaio è stato celebrato il Giorno della Memoria istituito per commemorare le vittime dell’olocausto e di tutte le persecuzioni nazifasciste. Si celebra ogni anno ed è stato istituito con legge del 2.000 per ricordare come simbolo il 27 gennaio 1945, giorno in cui le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nell’operazione “Vistola-Oder”, liberarono il campo di Concentramento di Auschwitz Birkenau. Quando aprirono i cancelli si trovarono di fronte uno spettacolo disumano, atroce e inimmaginabile. Si calcola che in quel solo campo dal 1940 al 1945 siano state uccise più di un milione di persone, tra uomini, donne e bambini.

Quest’anno su invito dell’ANPI di Pont Canavese ho partecipato anch’io all’evento (era la mia seconda volta) essendo figlio di ex internato. Erano presenti i ragazzi delle scuole elementari e medie. Nel mio breve intervento ho cercato di ricordare mio papà.

Mio padre aveva 20 anni ed era militare a Bergamo. L’otto settembre, tristemente famoso per l’armistizio, in pratica l’esercito italiano si sciolse e i soldati furono lasciati allo sbando. Lui fu catturato e divenne un IMI, internato militare italiano. Fu portato in un campo di lavoro di cui non conosco il nome perché non me ne ha mai voluto parlare, ma sono sicuro che fosse in Polonia. Era restio a parlarne tanto che, quando alla tivu trasmettevano un programma o un documentario che parlava dell’olocausto, si metteva a piangere.

Quando però era di buonumore mi raccontava felice che in caserma prima della deportazione aveva stretto amicizia con Serse Coppi, fratello del più celebre Fausto, il grande campione di ciclismo di quei tempi e idolo di mio papà.

Mio padre Francesco si era trovato coinvolto suo malgrado in quelle vicende, invece mio zio Giovanni era più politicizzato. Faceva parte della brigata Garibaldi e aveva partecipato alla battaglia di Voira.

Quando mio nonno e mio zio andarono ad aspettare a Porta Nuova mio papà di ritorno, mio zio non lo riconobbe e commentò in dialetto “ma guarda come è ridotto quel poveraccio”, non riconoscendolo come suo fratello. Pesava 39 Kg, ed era messo molto male. Mia nonna, che lo aveva dato per morto come peraltro tutti d’altronde, quando seppe del suo ritorno stette male per alcuni giorni, uscendo quasi di senno.

Tornando all’evento di ieri è stata una bella cosa, i bambini hanno partecipato, più o meno volentieri!, leggendo a turno un pezzo del diario di Anne Frank, con una bella musica di sottofondo, guidati dalle insegnanti. Alla fine a turno hanno letto ad alta voce i nomi degli 87 pontesi deportati, tra cui una donna, Natalina Monteu Saulat alla quale Marino Tarizzo ha dedicato un libro.

Alcuni dei parenti, parlando dei loro papà, o nonni o zii, si sono commossi, io no ma nel pomeriggio mi ha preso la malinconia facendomi star male.

La mia famiglia ha pagato un caro prezzo per la libertà. Mio nonno era Cavaliere di Vittorio Veneto, invalido e mutilato di guerra. Due cugini di mio papà hanno perso la vita durante la seconda guerra mondiale. Giovanni Gallo Balma è perito sul colle della Galisia mentre cercava, con altri, di raggiungere la Francia accompagnando un gruppo di soldati inglesi. Aveva 20 anni. Pietro invece a diciotto anni cominciò a dire in casa che intendeva andare a vendicare suo fratello. Invece trovò la morte per colpa di una pallottola vagante a Villanuova di Pont, appena sopra la ex Sandretto. Giovanni è morto congelato tanto che il funerale glie lo hanno fatto mesi dopo quando sono riusciti a recuperare i cadaveri. Mia mamma mi raccontava che mio zio era uno di quelli che portava a spalle la bara con il Fazzoletto rosso dei Garibaldini.

Amedeo Gallo Lassere

Francesco Gallo Lassere                            Giovanni Gallo Lassere



Testimonianza raccontata in data 27 gennaio 2026, giornata della Memoria, alle studentesse e agli studenti dell'Istituto Comprensivo di Pont Canavese. 

 

Balagna Dario – Memoria


Mio padre Dario, classe 1926, figlio di madre vedova con 3 fratelli ed una sorella, a soli 17 anni fu deportato nel campo di lavoro di Kahla dove rimase fino al 1945.

Non ha mai parlato volentieri del suo vissuto di deportato ma qualcosa mi ha raccontato, sicuramente i fatti meno cruenti.

Il campo di concentramento di Kahla, a nord di Norimberga, era un complesso di gallerie, formato da 75 tunnel per una lunghezza totale di ben 32 chilometri e una superficie utile di 10 mila metri quadrati. Li arrivarono i primi italiani provenienti da vari lager, in particolare da Buchenwald e da Nordhausen. In questa città c’era una enorme fabbrica sotterranea chiamata in codice “DORA”, l’acronimo di Deutsche Organization Reichs Arbeit (Organizzazione del Lavoro del Reich), nome in codice per indicare le strutture concentrazionarie di lavoro forzato degli schiavi di Hitler.

In questo stabilimento si costruivano le V1 e V2, il missile precursore di tutti i vettori balistici, ossia un razzo monostadio a propellenti liquidi, alto 14 metri e di massa 12 tonnellate, provvisto di radiocomando e guida giroscopica, con carico di quasi una tonnellata di alto esplosivo e avente una traiettoria suborbitale con gittata di circa 300 km.

Tornando al mio racconto, i deportati, giunti direttamente dall’Italia in treno, erano per lo più giovani e giovanissimi, rastrellati dai tedeschi in ritirata verso nord, con la collaborazione dei fascisti sicché, anche mio padre fu vittima di questi rastrellamenti ed arrivò a Kahla nel giugno del 1943. Lo obbligarono a lavorare in galleria con il martello pneumatico per minare la montagna e creare degli hangar, rifugio sicuro per gli aerei della Luftwaffe, l’aviazione militare tedesca durante il Terzo Reich, parte integrante della Wehrmacht.

A gruppi di 12 persone, controllati a vista e sempre con le catene ai piedi, i deportati andavano in miniera al mattino presto con in spalla una fila di mattoni che avrebbero poi riportato indietro, a fine giornata. Un modo per rendere ancora più duro il lavoro ed evitare che qualcuno potesse pensare di avere una possibilità di ribellarsi.

Un colpo di fischietto li avvisava quando accendevano le micce per far brillare le mine ed allora…. giù di corsa per evitare di morire sotto le macerie; l’ultimo ad arrivare era sempre duramente picchiato dalle guardie.

Nel suo gruppo di lavoro c’erano anche due russi: padre e figlio. Loro, per aiutarsi a vicenda in questa corsa per sopravvivere erano sempre gli ultimi così, o l’uno o l’altro subiva questa inumana punizione. Un giorno il figlio, esasperato da questa infame crudeltà, tentò di ribellarsi. Una raffica di mitra li uccise tutti e due davanti a mio padre ed al suo gruppo di lavoro.

Da mangiare tutti i giorni gli davano un filone di pane da dividere in 12 persone. Inutile dire che la fame era tanta. Ricordava così di quando un compagno di baracca che, avendo notato che le guardie ammucchiavano nelle cantine delle patate, architettò un modo per poterle rubare. Un asse di legno, forse recuperato dal pavimento della baracca, dei chiodi conficcati ed una corda poteva essere l’attrezzatura giusta da calare attraverso le grate della cantina e recuperare le patate rimaste conficcate nei chiodi. La temeraria impresa diede i suoi frutti, se non che, una volta fu scoperto dalle guardie che lo sedettero più volte sopra l’asse; ovviamente dalla parte dei chiodi. Da quel giorno il suo nome fu per tutti “IL FACHIRO”.

Sempre per mitigare la fame che ogni giorno di più attanagliava lo stomaco, mio padre mi raccontò di un altro compagno di baracca che, con l’agilità di un gatto, aspettando che gli alleati mitragliassero il campo di lavoro, oltrepassava il ponte di corda, aggrappandosi al di sotto di questo per arrivare al deposito di viveri racimolando qualcosa da mangiare da spartire poi con i compagni di baracca. Per la sua agilità felina tutti lo soprannominarono “IL GATTO”.

Traspare da questi racconti come la fame, il bisogno di mangiare, fosse il primo problema da risolvere per poter continuare a vivere.

Altro problema, di cui mio padre si vergognava, erano i pidocchi in quanto, la pulizia nelle baracche era veramente scarsa e lavarsi nell’acqua fredda voleva dire ammalarsi e morire sicuramente. Il freddo lo obbligava a stare vicino alla stufa ma il caldo “svegliava” i pidocchi che, correndo per tutto il corpo, provocavano un tremendo prurito. Difficile trovare un compromesso.

Mio padre e altri si salvarono da morte sicura grazie agli americani che intercettarono la colonna dei deportati diretti a Buchenwald per essere cremati. Finalmente liberi, dopo aver fatto “visita” a panetterie e pasticcerie, si incamminarono per ritornare in Italia. Un viaggio a piedi lungo più di 700 chilometri, con il cuore e la mente densi di desiderio di rivedere i propri cari e la voglia di dimenticare mesi di soprusi ed angherie patiti in terra straniera, perpetrati da nemici di cui non ricordi il nome ma la voce e la crudeltà, di cui ancora oggi non c’è ragione.

Voglio concludere questo mio racconto con una frase di Liliana Segre: “Temo di vivere abbastanza per vedere cose che pensavo la Storia avesse definitivamente bocciato, invece erano solo sopite.”

Walter Balagna

 

      Dario Balagna giovane                     Dario Balagna con il Direttivo ex-internati di Pont nel 1973 

 

A seguito della testimonianza raccontata in data 27 gennaio 2026, giornata della Memoria, alle studentesse e agli studenti dell'Istituto Comprensivo di Pont Canavese, Orso Fiet Anna Maria ha deciso di condividere documenti originali di suo padre Eugenio. A lei il nostro grazie per il prezioso contributo.

Orso Fiet Eugenio 

Nel libro “Per ricordare” pubblicato in occasione del Giorno della Memoria nel 2014 avevo ricordato la storia di mio padre Eugenio Orso Fiet, classe 1921, a partire dal settembre 1941, quando ventenne partì per il servizio militare all’ottobre del 1945 quando tornò a casa debilitato nel fisico e prostrato nel morale dopo cinque anni di guerra e prigionia.

Ho trovato alcune sue lettere indirizzate ai genitori e alla sorella Liliana scritte durante la prigionia nel campo di lavoro di Metgheten. Il suo unico intento era quello di tranquillizzare e rassicurare i suoi cari, mai una lamentela o un accenno alle terribili condizioni in cui erano costretti a vivere, lavoro estenuante, cibo scarso, freddo intenso (la censura non l’avrebbe comunque consentito).

Mio padre, uomo mite e giusto dovette assistere impotente alla tragedia immane che fu la seconda  guerra mondiale, ripeteva spesso “speriamo che non accada mai più”.

È importante non dimenticare e raccontare ai giovani le terribili esperienze vissute dai nostri padri nella speranza che le nuove generazioni ne facciano tesoro e che imparino che la pace e la libertà non hanno prezzo.

Anna Maria Orso Fiet

                                              Orso Fiet Eugenio

 

Diario "minimo" di Orso Fiet Eugenio

Lettera ai genitori di Orso Fiet Eugenio

 

Lettera ai genitori di Orso Fiet Eugenio del 10.09.1944

 

 

Testimonianza raccontata in data 27 gennaio 2026, giornata della Memoria, alle studentesse e agli studenti dell'Istituto Comprensivo di Pont Canavese.  

 

Ricordo di Domenico Beneitone e Giuseppe Balagna


In questo giorno della Memoria, 27 gennaio 2026, mi sento in dovere di ricordare due pontesi internati nel campo di Reimahg-Kahla Thur: Domenico Beneitone (cugino di mia mamma) e Giuseppe Balagna (zio di mio papà).

Domenico e Giuseppe, dopo l’8 settembre 1943, finirono nei lager tedeschi con militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi e un gran numero di civili.

Ecco un breve racconto delle loro infinite e prolungate sofferenze che li portarono alla morte.

Il 29 e 31 maggio 1944, giunsero a Torino, provenienti da Pont Canavese, due camion di giovani tra i 17 e i 30 anni catturati, in parte con la forza nelle rispettive case e in parte con l’inganno, tramite il coinvolgimento della direzione della Manifattura Mazzonis, dove quasi tutti lavoravano.

Dopo 10 giorni alle casermette di Borgo San Paolo a Torino, sotto la custodia di SS tedesche e italiani, vennero caricati su una tradotta con destinazione Germania e alla fine di un viaggio durato 3 giorni arrivarono a Khala-Thur, l’anticamera di Mauthausen.

Ricorda Vittorio Tarizzo nel suo libro “Un po’ di memoria”: “non dimenticherò mai l’incontro con Domenico Beneitone e Giuseppe Balagna nelle baracche del lager 7 dopo la liberazione da parte degli americani. Le loro poche parole furono come un saluto rassegnato di chi si sentiva già morto dentro -Mi a cà i torno pì- (Io a casa non torno più) -E gnanca mi- (e neanche io). Non valse a nulla rincuorarli, non nutrivano più alcuna speranza. Non tornarono”.

Domenico Beneitone

La morte non li bruciò in brevissimo tempo (come avveniva nei tristemente famosi forni crematori), ma lentamente, giorno dopo giorno, colpendoli nel morale più che nel fisico già duramente debilitato dalle sofferenze quotidiane. Ed è molto triste pensare che i loro corpi sono diventati cenere senza nome, dopo essere stati gettati in ignobili fosse comuni.

Grazie all’interessamento del sig. Vittorio Tarizzo il 2 giugno 2011 Domenico e Giuseppe hanno ricevuto la medaglia d’onore alla memoria conferita ai cittadini italiani, militari e civili, deportati e internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra.

Lidia Nigretto

 

 

Testimonianza inviata e letta in data 27 gennaio 2026, giornata della Memoria, alle studentesse e agli studenti dell'Istituto Comprensivo di Pont Canavese. 


Schialvino Guido: ex internato


Del periodo che trascorse da “internato” mio padre Guido Schialvino parlava di rado, e soltanto quando si incontrava con qualcuno che sapesse, per provata esperienza, «cosa volesse dire “la Germania”». Mi ricordo poche cose, carpite dai discorsi con il suo amico Giacomino, che negli anni ’50 faceva il barbiere all’inizio di via Caviglione.

Raccontava dei corpi degli impiccati lasciati appesi al gelo, che apparivano da lontano neri contro la distesa di neve. Del ragazzo colpito dalle guardie col coltello che gli avevano trovato sotto il pagliericcio e lasciato agonizzare sul pavimento della baracca, che schiumava insieme al sangue l’invocazione «mamma!», quale estrema illusione di un soccorso impossibile. Dei colpi di fucile che lo inseguirono quando una sera di nebbia, al rientro al campo dalla galleria dove lavorava, si era staccato dalla fila, per raccogliere gli scarti di cibo da una montagna di rifiuti. Del bombardamento ai binari della linea ferroviaria che trasportava il materiale dell’officina, da cui trovò riparo gettandosi sotto un vagone e ferendosi la testa sì da restarne svenuto. Della notte della fuga dal campo, mentre gli aerei alleati provocavano lo scompiglio generale che precedette la liberazione. Ricordo anche, perché mi rimase impressa la loro tragica fine, l’episodio dell’amico che un mattino lo salutò, quando andò ad accovacciarsi accanto a lui sull’asse della latrina, ma che non si alzò più di lì, seccato dal gelo. E quello che, dopo l’ennesima interminabile attesa dell’appello, al rompete le righe restò immobile al suo posto, ritto come un palo, per poi cadere di schianto, morto, alla spinta dell’amico che lo sollecitava a muoversi.

Raccontava invece anche in casa del momento della cattura, quando un soldato tedesco cedette alla richiesta di lasciare libero uno dei due fratelli e fece scendere dal camion mio zio Giovanni che si rintanò alle Moje del Bausano. E della giacca di velluto marrone che nascondeva un’imbottitura di tabacco trinciato che le sorelle, su consiglio di un reduce della prima guerra mondiale già prigioniero in Austria, gli fecero pervenire con l’unico pacco della Croce Rossa che lo raggiunse al campo di concentramento: gli permise di scambiare per un po’ di tempo una sigaretta per una razione di pane e di sopravvivere.

Di un’altra considerazione poi mi stupivo: mio padre non ha mai odiato i soldati tedeschi, diceva sì che erano spietati, ma non con odio. Così come della popolazione affermava che c’era chi non vedeva quella fila di poveracci sfiancati dalla fame e dalla fatica e invece chi di nascosto dava loro qualcosa da mangiare, avanzi, per carità, ma tant’è. Mi parlò bene di un dentista che gli riparò la bocca malata e di una contadina che lo sfamò e che all’approssimarsi dei soldati russi lo aiutò a fuggire di nuovo verso le linee alleate. Detestò i soldati inglesi, da cui fu catturato, perché umiliavano i prigionieri italiani e da cui scappò alla prima occasione. 

Si trovò bene invece con quelli americani presso i quali era andato a rifugiarsi, che li consideravano invece alla pari. Al Brennero, finiva sempre così mio padre le sue laconiche storie, i carabinieri italiani oscurarono i finestrini dei vagoni del treno che li trasportava e impedirono a tutti di scendere alle fermate cittadine. La patria si vergognava di loro, li considerava traditori e “collaborazionisti”: lo scoprii nel 1972, quando alla ricerca di un documento che gli occorreva per ottenere la pensione, in qualità del mio fresco grado di ufficiale mi recai al Distretto Militare ed ebbi accesso ai registri delle reclute e dei congedi. Mi sentii umiliato a leggere quelle carte, e capii solo in quel momento il perché delle sue amare reticenze. 

Gianfranco Schialvino 

 







  


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