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martedì 25 aprile 2023

78° Festa della Liberazione 25 aprile 2023


Discorso celebrativo dell'ANPI Sezione di Pont 


Buongiorno a tutte e tutti. Un grazie al Presidente A.N.P.I. di Pont Canavese Dante Barinotto che mi ha lasciato l'onore e l'onere di portare la voce dell'Associazione Partigiani alla celebrazione del 78 anniversario della Liberazione e della fine della guerra. Un saluto al vice presidente dell’ANPI pontese: Marino Pilatone e a tutte le iscritte e gli iscritti all’ANPI pontese. Un saluto a tutte le autorità presenti, civili, religiose e militari, al Commissario Prefettizio, a tutte le donne e agli uomini della macchina Comunale, della Polizia Urbana, alle donne e agli uomini delle scuole e dei luoghi della cultura, alle Associazioni Pontesi. Un saluto ai gruppi Alpini e Fanti per le loro opere di pace, alla Filarmonica Aldo Cortese, agli studenti, alla Croce Rossa e alla Protezione Civile con le loro volontarie e volontari e a tutti coloro che avrò scordato. Un ricordo e un grazie particolare alle partigiane e ai partigiani di Pont, ai deportati militari e civili.

E un grazie all’ANPI che, scevra da qualsivoglia intonazione reducista, rinnova lo spirito resistenziale nel ricordo dei partigiani, e quest’anno in particolare delle partigiane, come fatto vividamente ieri sera anche dall’Associazione Tellanda, partigiane e partigiani che hanno ridato la libertà al nostro Paese che oggi è chiamato a resistere a una nuova infezione di quello stesso virus fascista, neanche troppo mutato, pur se già vinto dalla storia.

Oggi è un giorno di festa. È un giorno si sole in cui pur vedo uno splendido arcobaleno di sette colori, di pace. Oggi è il giorno della festa di tutto il nostro Paese. 

Eppure voglio parlarvi del sentimento di amarezza. Sempre più negli ultimi anni i ricordi dei pochi partigiani combattenti sopravvissuti che io ho avuto modo di leggere o ascoltare erano e sono venati da una coloritura di amarezza. Quasi trattenuta, ritrosa, ma profonda, dignitosa e quasi pudica ma internamente irrimediabile. Amarezza perché quanto loro hanno riconquistato, sia combattendo una guerra, la guerra di liberazione, con il fine dichiarato che in seguito non ci sarebbero dovute essere più guerre con il loro lascito di lutti e rovine fisiche e morali, sia successivamente costruendo le basi costituzionali e di partecipazione per un concerto sociale inclusivo e teso al ridurre le diseguaglianze, ebbene tutto ciò è stato ormai ed è continuamente scalfito e vituperato.

Io di fronte a tale amarezza non posso che sentirmi un ingrato e vergognarmi di non aver saputo scongiurare che ciò avvenisse. 

Mi vergogno perché nella società dell’immagine quotidianamente parole e immagini scientemente offerte anche da personaggi che rivestono alte cariche istituzionali provano a infangare l’immagine dell’epopea resistenziale che ha ridato anche a costoro la libertà di parola che gli squallidi gerarchi icone dei loro pantheon avevano cancellato con le leggi fascistissime del 925/26. 

Mi vergogno per la pulsione a legiferare in connessione sentimentale con le leggi razziste del 938. Sì, razziste è il termine adeguato, non razziali, come ha chiaramente motivato la senatrice a vita Liliana Segre. 

Mi vergogno perché, come cento anni prima, si è tornati a manipoli di ardioti che assaltano sedi sindacali. Mi vergogno perché di nuovo squadracce tornano a bastonare studenti per strada. 

Mi vergogno per l’odio profuso da chi usa il termine pacificazione per tentare di confondere chi stava dalla parte umana della storia con chi serviva la ferocia nazifascista. La pace l’hanno portata, a tutti, le partigiane e i partigiani. 

Mi vergogno perché tutte le organizzazioni che si rifanno al fascismo non sono state sciolte come prevede la Costituzione. Come disse Giacomo Matteotti: “Il fascismo non è un’opinione, ma un crimine”. 

Mi vergogno per l’infierire belluino contro chi, bene o meno bene, segnala il problema esiziale dell’antropocene mentre si procede a tutto spiano, in collusione attiva con i criminali in doppiopetto o senza,  a violentare impunemente l’ambiente, e non solo con opere, sicuramente grandi, almeno nel drenare soldi pubblici dalle tasche dei più poveri.

Mi vergogno che il mio paese, la cui Costituzione ripudia la guerra, stia nuovamente sdraiato supino ai voleri della Grande Armata partecipando attivamente a una guerra, già offrendosi per la ricca ricostruzione postbellica mentre inviano nuove armi per la distruzione. E intanto di tutte le altre guerre in corso nulla glie ne cala. 

Mi vergogno per come si cerca di dimenticare in fretta un partigiano contro la guerra come Gino Strada, per il quale il solo futuro possibile per l’umanità era ed è quello in cui la guerra sarà diventato un tabù. 

Mi vergogno che i soldi delle mie tasse contribuiscano a pagare milizie di paesi terzi per, quando va bene, seviziare e torturare donne uomini e bambini per vietarne il transito verso una speranza di salvezza da despoti, guerre, fame e sete. Mi vergogno che il mio paese oltraggi gli scampati a quelle sevizie insieme alle donne e agli uomini che danno loro soccorso quali buoni samaritani, facendoli sbarcare nei vicini e accoglienti porti di Aosta o di Bolzano. 

Mi vergogno di chi, con progetti plurimi ma convergenti tende a perseguire l’ulteriore divaricazione economica e di agibilità di diritti tra chi può e chi no, tra chi ha e chi no, con aberrazioni anticostituzionali quali l’autonomia differenziata che in chiaro si legge disgregazione dell’unità nazionale, quale il continuo svuotamento dall’interno della sanità pubblica, con chiusure ulteriori di ospedali e pronto soccorso e contestuale regalo della merce salute ai nababbi privati, quale l’attacco ossessivo e conclusivo alla progressività fiscale in uno con l’assoluzione preventiva degli evasori fiscali, quale il portare il concetto della competizione esasperata come unico percorso educativo anche nella fu scuola pubblica ora azienda, quale il cancellare i controlli per favorire l’illegalità mafiosa e non nella gestione dei fondi pubblici, sia nel cemento che in ogni altro settore.

Mi vergogno del vuoto di rappresentanza che sono riusciti a creare intorno alle istanze di schiavi dei nuovi o vecchi lavori, di emarginati, di senza casa, di solitudini sociali. 

Mi vergogno di chi ha pensato di lasciar campo libero all’estrattivismo ultraliberista esibendo al popolino lo specchietto dei pur sacrosanti diritti civili. Come se questi potessero esistere senza una forte restrostante struttura di diritti sociali e del lavoro. 

Mi vergogno di chi, chiamato a rappresentare il malessere di lavoratrici, lavoratori e occupabili ha scelto la rendita degli Enti bilaterali in luogo del naturale conflitto tra le due parti, il capitale e gli sfruttati.

Di tutto questo e di altro ancora mi vergogno. Mi vergogno di me. Di noi e di voi che con la nostra e la vostra indifferenza troppo spesso abbiamo sottovalutato i segnali di allarme ormai più che trentennali. Mi vergogno nel solco del grido contro gli indifferenti di Antonio Gramsci.

Ma ho iniziato parlandovi dell’amarezza dei partigiani sopravvissuti e lì voglio tornare. Parlando con ognuno di loro, dopo aver raccolto la loro delusione di solito veniva e viene loro chiesto se ne valeva la pena. 

Ebbene cambiano magari le parole ma la risposta è una per tutti: sono pronto a rifare tutto come ho fatto allora. Sono pronto a rifare tutto come ho fatto allora. 

Grazie per l’attenzione, grazie alla lotta partigiana, grazie alle donne partigiane. 

Viva la Liberazione, viva la Costituzione della Repubblica Italiana del 1948.  

    

ANPI Pont Canavese  

Marino Tarizzo

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