mercoledì 29 aprile 2026

Intervento del relatore avvocato Mauro Bianchetti alla serata "Costituzione, canti e poesie resistenti" per l'81° della Liberazione, Costituente e suffragio universale

 

 Ringraziando l'avvocato Mauro Bianchetti per avercene concessa la pubblicazione, 

mettiamo a disposizione di chi è interessato il testo del suo ricco, denso e 

appassionato intervento elaborato per la serata di riflessione 

su Resistenza e Costituzione del 24 aprile 2026.

 

 

Buonasera a tutte e a tutti.

Ringrazio innanzitutto il Comune di Pont Canavese, l'Anpi - Associazione Nazionale Partigiani d'Italia provinciale e locale e le associazioni che partecipano all’evento, l’associazione culturale Tellanda, la Società Operaia di mutuo soccorso, l’associazione ij Canteir, con il patrocinio dela Città Metropolitana di Torino, per avermi concesso il grandissimo onore di tenere questo discorso di commemorazione del 25 Aprile a Pont Canavese, città di grandissime tradizioni antifasciste.

Questa mattina in questo stesso salone vi è stato un bellissimo incontro con le ragazze e i ragazzi delle scuole medie; si è parlato di Costituzione e dei suoi valori e di come questi valori siano o meno stati attuati nella nostra società.

 


Agli studenti è stato consegnato un volumetto ideato, elaborato e prodotto dall’ANPI Pont Canavese con la partecipazione del Comune di Pont Canavese e il contributo delle associazioni Ij Canteir e Tellanda e della Società di Mutuo soccorso di Pont, contenente i principi fondamentali della Costituzione, in sette lingue, a testimoniare i valori di fratellanza universale cui si ispira la nostra carta fondamentale.

Stimolato da questo bellissimo incontro, vorrei iniziare (per poi concludere cercando di dare una risposta) questo mio breve intervento così come iniziò Piero Calamandrei il proprio famoso discorso agli studenti milanesi nel 1955: “Domandiamoci che cosa è per i giovani la Costituzione. Che cosa si può fare perché i giovani sentano la Costituzione come una cosa loro, perché sentano che nel difendere, nello sviluppare la Costituzione , continua, sia pure in forme diverse, quella Resistenza per cui i loro fratelli maggiori esposero, e molti persero, la vita.”

Così Calamandrei.

Partiamo dai Partigiani.

I Partigiani persero la vita per la libertà di tutti, non di una sola parte. Ricordiamo tutti le loro parole prima del sacrificio della vita di fronte a un plotone di esecuzione. Ricordiamo gli avvenimenti che in un’atroce guerra civile hanno portato alla sconfitta di un regime sanguinario, inumano e all’affermazione dei princìpi democratici che oggi sovrintendono la nostra vita collettiva.

Ma c’è bisogno della consapevolezza dell’attualità dei valori espressi dalla Resistenza.

Ci sono però anche i dubbi, i timori, che questa ricorrenza possa tramutarsi, col tempo, in un rito stereotipato in cui dissolvere e snaturare, un anno dopo l’altro, i contenuti più alti scaturiti dalla lotta partigiana: la democrazia, il rispetto delle minoranze, il sostegno ai più deboli, il rifiuto del razzismo, l’inconfutabilità del rispetto dei diritti umani, il rigetto della guerra come strumento di soluzione dei conflitti. In breve, che la perdita progressiva del senso profondo del 25 aprile possa minare le fondamenta della nostra Carta Costituzionale, che proprio nel 25 aprile trova le proprie radici.

In tutti questi anni non sono mancati gli attacchi al 25 aprile e i tentativi di attaccare in vari modi la ricorrenza.

Tentativi reiterati nel tempo ed attualmente posti in atto soprattutto con la pretesa di riscrivere la storia, equiparando chi scelse la libertà e chi la dittatura. Chi morì per la dignità degli esseri umani, tutti, e chi inviò ebrei, Rom, omosessuali, testimoni di Geova ai forni crematori. Bambini, donne, uomini innocenti.

Ancora pochi giorni fa il Presidente del Senato Ignazio La Russa, la seconda carica dello Stato, ha ricordato che quando era ministro della Difesa andava a rendere omaggio ai Partigiani ma poi al campo 10 dove si trovano diversi caduti della Repubblica Sociale, parlando di “pacificazione”.

Come se fosse possibile cancellare il tributo di sangue versato soprattutto da una parte sola. Revisionismo intollerabile, deciso a mascherare il tentativo di riscrivere la storia da parte di chi rappresenta una delle massime istituzioni italiane, nate proprio dalla lotta di liberazione.

I Partigiani hanno infatti combattuto per la libertà, la democrazia e la dignità del paese; i militanti della Repubblica sociale hanno scelto di stare con un regime complice del nazismo, autore di repressioni, violenze e della persecuzione degli ebrei.

Il 25 Aprile non è una ricorrenza neutra, ma è il giorno in cui l’Italia ha sconfitto il nazifascismo, la radice della nostra Costituzione, per cui ogni accostamento tra i caduti della Resistenza e quelli dei caduti della Repubblica sociale è contrario alla storia e alla Costituzione e, fermo il rispetto che si deve a tutti i morti, bisogna distinguere chi ci ha liberato dall’oppressore e chi ci opprimeva.

Per cosa sono morti i Partigiani? Perché hanno imbracciato lo sten, impugnata la pistola, scagliata la bomba a mano e soprattutto scagliata la propria vita in faccia ai boia fascisti, se non per ottenere la libertà da un regime totalitario, sottomesso all’invasore; e una vita dignitosa che il regime aveva impedito? E come si vive la libertà se non con l’espressione di un voto popolare? Sì, proprio quel voto il cui esercizio pare rapidamente sparire e la cui sparizione trascuriamo con agghiacciante indifferenza! E come si vive una vita dignitosa se non potendo godere di un lavoro che garantisca un progetto di vita per sé stessi e i propri figli?

Rammentiamo tutti che il fascismo non si impose con un colpo di stato. Non fu la burletta della pretesa marcetta su Roma per Mussolini; non fu il grottesco putsch di Hitler alla birreria di Monaco. Entrambi salirono al potere agendo, legalmente, attraverso libere elezioni – sebbene funestate da brogli e prevaricazioni – e si insinuarono nello Stato come un virus dentro una cellula: sfruttando a proprio favore gli apparati statali esistenti. Poi, abolirono le libertà civili e uccisero lo Stato, proprio come un virus uccide la cellula che l’ha ospitato e da cui ha tratto nutrimento.

Recentemente, in un saggio lucidissimo il prof. Luciano Canfora, constatato il dato storico della fine del regime fascista, ha ripercorso i segnali propedeutici al suo instaurarsi, il processo graduale che, iniziato con atti compresi nella legalità – pur con l’uso illegale della violenza – portò infine alla completa perdita delle libertà civili. Da cui il monito: bisogna osservare e stigmatizzare i comportamenti fascistici, che pur in assenza di un fascismo conclamato, sopravvivono ed anzi continuamente si ripropongono con l’intenzione di ritornare a quanto la lotta di liberazione ha spazzato via.

Oggi, assistiamo a un funesto paradosso: gli stessi cittadini rinunciano alla libertà, evitando la partecipazione al voto: impongono a sé stessi la volontà altrui. Come se essi stessi, in fondo, ritenessero superfluo esprimere la propria di volontà. Come se assumessero per vera l’ineluttabilità dell’adesione a decisioni prese sulla loro testa, sulle quali sia impossibile un intervento. Come se il mondo non possa che essere fascista, cioè un luogo in cui il fascismo – la mancanza di libertà – sia una specie di traguardo naturale nell’evoluzione della società.

Ebbene: non è così. È vero, invece, che forze potenti agiscono scientemente per farcelo credere. Le stesse che sfruttarono il fascismo per i propri scopi, oggi si adoperano per promuovere l’ideologia che non sia la volontà popolare a dover decidere dei comportamenti collettivi, attraverso libere elezioni, bensì sia opportuno affidarsi a non meglio identificati tecnici, depositari di competenze inaccessibili ai più, che garantirebbero il bene comune con il proprio operato. Da cui l’insicurezza del lavoro e sul lavoro. Lo spettro della povertà. L’apparente mancanza di vie di sbocco.

Se osservo i giovani, se realizzo la complessità del mondo che si trovano a dover affrontare, non posso evitare di riflettere su quanto siano stati più facili quelli della mia gioventù, quella di tanti miei coetanei. Su come fosse agevole decidere di sé stessi, assumere scelte per il proprio futuro, avendo di fronte una realtà che si percepiva tutto sommato lineare, a portata di mano, facilmente interpretabile. Si leggevano i libri, i quotidiani, si combatteva con poca televisione. Si era coscienti che si sarebbe trovato un lavoro e si sarebbe potuto dar corso a un progetto di vita, partecipando inoltre, col voto ed eventualmente un ruolo attivo, alla vita politica nazionale.

Non è più così. I nuovi mezzi di comunicazione di massa, certamente preziosi per le possibilità di approfondimento, comunicano invece un’immagine caotica e tumultuosa della realtà, un quadro in cui risulta arduo – se non a volte impossibile – discernere tra informazione e propaganda, tra realtà e sogno. E in cui è agevole, da una parte, travestire la propaganda da informazione e, dall’altra, terribilmente difficile scoprire il bluff.

Un intellettuale, antifascista, come Umberto Eco, con una prosa al solito particolarmente comunicativa, com’era abituale per lui, ci aveva avvertiti del pericolo insito nella rete. In cui il parere dell’ultimo imbecille appare equivalente a quello del maggior esperto di una disciplina. Dunque, arma efficacissima e non è certo un caso se proprio dalla rete giungono gli attacchi più virulenti al 25 Aprile e alla Resistenza; i revisionismi storici più beceri, ad iniziare dalla negazione della Shoà.

Ebbene: io non desidero un’Italia privata del senso profondo della Carta costituzionale. In cui i giovani si astengano dal voto. In cui rinuncino alla propria libertà, delegandola ad altri. In cui accettino, per nostra responsabilità, per nostra indifferenza odierna, di subire il rischio della povertà pur lavorando. Certo, abbandonarsi alla corrente può sembrare facile, forse lo è. Sicuramente è difficile essere liberi ed è proprio questo che ci insegnano la Resistenza e il 25 Aprile: per essere liberi c’è da pagare un prezzo elevatissimo. E non una volta sola, perché la libertà si può conquistare ma la si può anche perdere, come sta accadendo in questi anni con il rifiuto del voto, con il rigetto della dignità del lavoro, con l’erosione dei diritti umani. Con la riemersione di uno strisciante razzismo malamente travestito da orgoglio etnico. In una sola frase: con il mancato rispetto della Costituzione. Purtroppo, nella prevalente indifferenza.

Che fare, allora, per il futuro?

Per il futuro… per il futuro, bisogna tornare al passato, all’insegnamento del 25 Aprile. E bisogna iniziare dal riprendere nelle nostre mani le parole che ci definiscono, evitando di lasciare anch’esse, come accade per l’espressione del voto, in mani altrui.

Essere partigiani significa essere di parte. Le donne e gli uomini che pur nella differenza di provenienza politica, scelsero una parte, quella giusta, contro il fascismo, non intendevano essere condiscendenti, raggiungere un compromesso: decisero al contrario che sui principi inderogabili e non negoziabili non c’era possibilità di accordo. Non esistono una mezza libertà, una mezza giustizia, un rispetto parziale dei diritti umani. Non esistono oggi come non esistevano allora. Né, essendo partigiani, bisogna tollerare che possa passare questo messaggio falsamente mediatorio. Se si accetta una mezza libertà – che ovviamente non esiste – la si è già persa tutta.

Ci dicono che il 25 Aprile sarebbe divisivo? Ebbene, nel senso giusto, è vero! Divide la libertà dalla dittatura. Divide le vittime dai carnefici. Divide la parte giusta da quella ingiusta. Se il 25 Aprile smettesse di essere, in questo giusto senso, divisivo, non servirebbe più a niente. Confonderemmo vittime e carnefici, giustizia e ingiustizia.

Ci dicono che Mussolini e il fascismo andrebbero storicizzati. Ci dicono: il fascismo è finito, è caduto 80 anni fa, appartiene alla Storia. Chi lo nega? Storicizziamo pure, se ancora non fosse stato fatto, il che è opinabile, vista la mole di studi storici relativi al ventennio fascista. Ma ciò non implica assolvere dalle responsabilità. Intendiamoci: storicizzare un feroce e sanguinario dittatore a capo di un movimento altrettanto sanguinario e feroce, responsabili della discriminazione razziale, dell’assassinio degli oppositori politici, della soppressione delle libertà civili, della deportazione di migliaia e migliaia di esseri umani verso le camere a gas dell’alleato nazista, non significa metterci una pietra sopra. Non significa dimenticare. Soprattutto non significa giustificare. Storicizzare vuol dire descrivere l’evoluzione di un processo storico, significa studiarne gli antefatti, le cause. Gli esiti. Ma, fatto questo, un feroce omicida – per quanto storicizzato – resta ciò che era: un deprecabile assassino. E se la storia ci serve da ago della bussola per non ripetere gli errori – e gli orrori – del passato, allora storicizzare significa stigmatizzare le atrocità, non sopirle. Significa richiamarle continuamente per evitarne la reiterazione.


Comincino, quanti vorrebbero interpretare a proprio comodo il verbo storicizzare, ad ammettere le atrocità fasciste. Riconoscano le verità storiche riguardo il fascismo: la soppressione delle libertà, l’assassinio come arma per la risoluzione dei conflitti politici, le persecuzioni razziali, la connivenza col fascismo tedesco. La corresponsabilità nell’uccisione dei deportati italiani nei campi di sterminio e di lavoro. La feroce guerra di aggressione. Il triste primato nell’uso di armi chimiche di sterminio di massa nell’avventura coloniale. Ammettano e dichiarino convintamente che tutto ciò non può costituire la base per una convivenza civile. Questo è storicizzare il fascismo. E questo significherebbe porre le basi di una definitiva pacificazione che può avvenire solo se ci dichiariamo tutti antifascisti.

Tuttavia, mentre riprendiamo possesso delle nostre parole, e così facendo riprendiamo coscienza di noi stessi, non dobbiamo aver paura di guardarci attorno e di domandarci se davvero abbiamo una piena percezione dell’attuale contesto nel quale siamo calati. Oppure, e sarebbe molto peggio, se avendo la possibilità di interpretarlo correttamente, il contesto, non siamo preda di una sorta di negligenza intellettuale, di deriva all’indifferenza, che ha come risultato una valutazione frettolosa, svagata, da gettare rapidamente dietro le spalle. Con la conseguenza di ritenere in fondo accettabile, o non decisamente deprecabile, la continua, costante, pervasiva perdita di libertà derivante dall’erosione della partecipazione al voto, dalla difficoltà di godere di un lavoro dignitoso, di ottenere il pieno rispetto dei diritti umani per tutti. Cosa che non avviene, ad esempio, nelle nostre carceri, condannate dalla CEDU, la Corte europea dei diritti dell'uomo, per il mancato rispetto della dignità umana e funestate da un tasso di suicidi fino a venti volte superiore a quello registrato in libertà.

E se altri segnali, apparentemente episodici, non confermino come sia in atto una palese riduzione degli spazi di libertà, troppo spesso nascosta dietro lo schermo di una pretesa ricerca di sicurezza.

La Resistenza iniziò l’8 settembre. Ma, a dispetto di quanti sostengono che l’Italia, durante il ventennio, fu tutta convintamente fascista, invito a riflettere sui tanti che fin da subito e per tutta la durata del regime, espressero la più ferma opposizione. I Matteotti, i Gobetti, i Gramsci, che assumo come simboli di quanti vennero trucidati, confinati, costretti all’esilio per aver osato un dissenso. Non andarono in montagna: languirono in carceri dove venne loro levata la vita con feroce lentezza; vennero percossi fino alla morte; o, i più fortunati, sbrigativamente levati di mezzo da una pallottola.

Essi, ancor prima del XXV aprile, ci insegnano che bisogna prendere coscienza dei segnali che indicano la presenza di un processo di progressiva limitazione delle libertà civili. E che alla consapevolezza è necessario, è doveroso far seguire un’opposizione ferma, intransigente. Ancor prima del ventennio, nel 1917, con la consueta lucidità, Gramsci ammoniva: “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.”

Tutti noi, se davvero partigiani, di parte, quella giusta, siamo chiamati a rifuggire l’indifferenza, seguendo la lezione di quelli che combatterono e morirono per le proprie idee durante il regime e di quanti, dopo l’8 settembre, presero le armi per cacciarlo definitivamente via. Siamo chiamati a far sì che tutti i giovani che si affacciano alla partecipazione alla vita sociale, non cadano nell’indifferenza perché, forse, tradendo i principi del XXV aprile, ci siamo caduti noi.

Ho qui davanti agli occhi il modulo dell’ANPI- Pont Canavese con le fotografie che ricordano i Partigiani che hanno combattuto per la libertà:


AIMONETTO Pietro      BALAGNA Dante                    BALAGNA Quinto

BAZZARONE Guido     BERTOGLIATTI Fiorentino    BETASSA Pietro

BETASSA Silvio              BRACCO Giovanni                  BRUNASSO Angelo

BRUNASSO Riccardo    CERETTO Pietro         CERETTO CASTIGLIANO Giuseppe

COMACCHIO Romeo   CONFIGLIACCO Emilio       CONFIGLIACCO Oreste

CONFIGLIACCO BUFFAR Domenico      COPPO Alfredo       COPPO Arturo

COPPO Elso                     COPPO Natale                        CORTESE Sergio

CORTESE Ugo                 COSENTINO Carmine          COSENTINO Giacomo

DESTEFANIS Bruno       DOMINICI Pierino                 FALETTI Olivero

FALETTI Sergio               FEIRA Giuseppe                     FEIRA G. Giuseppe

FORESTELLO Osvaldo  GALLO Ernesto                      GALLO Felice

GALLO Martino             GALLO LASSERE Paolo        GEA Giuseppe

GEA Riccardo                 GENTA Primo                         GINA Luciano

MICHETTI Lorenzo       MICHETTI Mario                 MONTEU RICHIARDI Michele

OBERTINO Cleto           OCLEPPO Giovanni             ORSO Domenico

ORSO Pietro                   PANIER F FIORAVANTI     PECCHENINO Pietro

PERETTI Arturo            POLETTO Primo                    PORTACOLONE Alfredo

POZZI Attilio                 PULZATO Antonio                QUERIO Lorenzo

QUERIO Lorenzo          QUERIO Michele                    QUERIO Michele

QUERIO Paolo               QUERIO Vittorio                    RAMELLA Ernesto

RASTELLO Giovanni   RAVAZZOLO Otello              ROLANDO Venturino

SANDRETTO Carlo     SANDRETTO Luigi                SANDRETTO Germano

SCOTTI Renato             SPEDALE Antonio                 TRIOLET Francesco

TRUFFA Carlo              UPINOT Pietro                        VAIRA Giovanni

A loro dobbiamo la nostra libertà.

Non tradiamoli!

Ho la presunzione di credere che, se fossero ancora qui con noi, anche loro approverebbero la preoccupazione per le generazioni future, cui potrebbe toccare di vivere in un Paese in cui non s’intenda più la differenza tra la libertà dei molti e la dittatura dei pochi. Essi, i Partigiani, non si sono battuti perché il loro nome fosse pronunciato nelle commemorazioni. Perché fosse scritto nella targa stradale di un vicolo. Elencato in un’epigrafe sotto una statua o in un sacrario. L’hanno fatto per la propria libertà e per la nostra, per difendere gli ideali che diedero corpo alla nostra Costituzione. Battiamoci per gli stessi ideali e per la difesa della Carta Costituzionale, manifestando tutti i giorni, non solo il XXV aprile, il nostro essere Partigiani, dalla parte giusta. Quella giusta. Lo dobbiamo a loro, i Partigiani insorti per cacciare il fascismo e l’invasore. Lo dobbiamo a noi stessi, per la difesa dei nostri diritti garantiti dall’attuazione della Costituzione. Lo dobbiamo a chi verrà dopo di noi, perché non debbano vivere in un Paese nel quale i diritti siano stati cancellati.

Bisogna sempre richiamare alla memoria il ponte ideale che unisce i Partigiani di allora e chi oggi è chiamato a perpetuarne la memoria con la propria opera quotidiana, nel dare ciascuno il proprio apporto alla realizzazione della nostra Costituzione.

Italo Calvino scrisse: “Avevamo vent’anni e oltre il ponte, oltre il ponte che è in mano nemica, vedevam l’altra riva, la vita, tutto il bene del mondo oltre il ponte”……..

Dobbiamo imparare e guardare oltre il ponte. Oggi il ponte che dobbiamo attraversare è quello tra le generazioni, tra richiedenti asilo e noi tutti, tra libertà negate e libertà da affermare, per il lavoro, per la memoria dei nostri Partigiani.


Viva il 25 Aprile. Viva la Costituzione Repubblicana.

Avvocato Mauro Bianchetti.



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